Il locale era sporco e demodé…
Odore acre di sigaretta, e una cameriera con la calza sfilata e una minigonna che offendeva la dignità di quella donna segnata dal tempo.
"Vorrei il tavolino più in ombra possibile" disse Venusta.
Le rispose una voce rauca e stanca, sgarbata più con se stessa che con lei: "senti bella, siediti dove vuoi… Come vedi il locale è vuoto. Ma cosa ci sei venuta a fare qui? Non è il tuo posto questo…" Venusta si sedette e appoggiò lo sguardo sul palco. Un vecchio signore seduto al piano suonava meravigliosamente, travolgendo per un attimo i pensieri di Venusta prima che una domanda li interrompesse: "Cosa ti porto da bere?". Chiese una bibita e tornò ad accomodarsi sulle note del pianista. Intanto i pensieri di Venusta si accalcavano nella sua mente e senza che lei li potesse fermare (o era lei a non volerlo?) lui fece la sua comparsa…Le ore passavano, la bibita intiepidiva nel bicchiere, e lei non smetteva di pensare a lui, come se soltanto lì fosse tollerabile il ricordo. Era tornata dopo tanto tempo in quel locale con la speranza di ritrovarlo. Ubbidiente a una lontana promessa: "… tieniti pronta, l'ultimo ballo sarà con te!". Venusta era venuta per quello …L'ultimo ballo, lui me lo deve da tempo, ora sono pronta, ma non c'è nessuno: non ci sono più le candele non ci sono più i buoni profumi, ma soprattutto…
D'un tratto incontrò la propria immagine in uno specchio sfocato. Era lei, vent'anni, le guance arrossate dalla timidezza, l'abitino appena scollato, lo sguardo di lui soltanto per lei… adesso era lei a non esserci più…
Come in trance Venusta con un unghia ferì la calza sottile …tirò fuori la trousse e accentuò il trucco sulle labbra, con la cipria appesantì le guance, una matita nera per fare male agli occhi non segnati dal tempo ma da una caparbia illusione… si diresse verso il pianista e domandò: "un tango per favore… un ultimo ballo!" Fu una richiesta sommessa, fiera e desolata insieme. Non alzò lo sguardo, sentiva scendere una lacrima mentre stupita si domandava com'è che ne avesse una ancora.
E in un attimo sentì esplodere dentro tutta la rabbia di donna ferita e umiliata da tempo, un tempo lungo tutta la sua anima. Si sentì sporca sul viso, si sentì nuda ospite a disagio in quegli abiti non suoi…Il pianista smise di suonare e sollevò il viso di Venusta con la stessa delicatezza con cui fabbricava le note.Non era un uomo anziano. Al contrario era piuttosto giovane …Venusta indugiò su quel nuovo stupore. Chissà perché da lontano lo aveva visto vecchio e curvo sul pianoforte. Forse le luci sbiadite, forse la giacca di nero liso, i capelli brizzolati nel locale azzurrino di fumo… Fu una voce calda e intonata quella che rispose: "Volentieri, suonerò qualcosa per lei solo .Ma non certo le note di tango arrabbiato, quelle graffiano le anime nude, lo sapeva? Per lei una melodia dolce, priva di malinconia, semplice come un abitino appena scollato, tiepida come due giovani guance appena arrossate. Una melodia che possa in qualche modo accompagnare il ricordo di chi le ha fatto tanto male nello scomparto dei ricordi sereni!
Venusta lo guardò, guardò quell'uomo e scappò via, inseguita dal proprio dolore che lui aveva portato allo scoperto con l'abilità di un chirurgo…
Come aveva fatto il pianista a capire… E come si era permesso di arrivare così vicino alla sua verità… chi era?
Le parole di quell’uomo l’avevano trafitta. Via di lì. Venusta si sentiva denudata. Gli occhi di lui l’avevano disvelata senza riguardo. Non pensava ad altro che a scappare. Sottrarsi e subito a uno sguardo che le scivolava dentro impudìco.Fuori fa freddo, ma non tanto come nel suo cuore. Finestra aperte a gennaio, il suo cuore ora è così. Brividi.
Scappa, scappa via, la voce dentro alla testa no, non riesce a lasciarla indietro… La segue sempre, quella voce, abita nella sua testa, non la lascia in pace; martellante come il rumore dei tacchi che ora risuona dissonante sul selciato, e che le ha rovinato la vita, quella voce gelosa che non ha mai lasciato avvicinare nessuno… non dopo che lui…
“Smetti!” ordinò.
In una frazione di silenzio conquistato si insinuarono spietati i ricordi.
Venusta ragazza, le guance rosate e un sorriso destinato a spegnersi. Lui bello e dannato che se la mangiava con gli occhi, lui che con il solo sguardo le aveva promesso l’amore, lui che alla fine ha scelto l’altra, spregiudicata e ricca… lui.
Venusta ferita da una storia banale, offesa da un’ingenuità banale, tradita da un uomo banale… ma dio, quant’era bello. (santo cielo, Venusta, come diavolo hai fatto…) “Lo rifarei!” Ma:
”Che tu sia dannato ovunque tu sia!!!
Era la sua voce. Esplosa dal cuore e dai polmoni in quell’urlo che squarciava il cielo.
Venusta sentì di voler raccogliere il suo dolore sparso sul selciato. Era suo, era ciò che le restava.
Esausta si lasciò andare su una panchina come una marionetta orfana dei fili.
Il trucco abbandonava il suo viso trascinato dalle lacrime come una maschera non sua che al suo volto non calzava più. La mente tornò sui suoi passi… Il pianista. Come aveva potuto vedere attraverso il suo cuore? Ad altro Venusta non pensava che al tocco gentile dal quale scaturivano note che l’avevano dissetata. Note dolci e gentili, melodia offerta al suo cuore, illusione di pace.
Che strano, non ricordava il suo viso.
Il passato giocava crudelmente a farsi presente, il cuore pesante come un panno bagnato e freddo.
Venusta esausta, Venusta arrabbiata… e così stanca…
Portò se stessa a casa. Come non se lo ricordava. Il getto caldo della doccia scioglieva la donna che era stata quella sera, solo per farsi altro male.
Lo specchio restituì il suo viso pulito. Indugiò di proposito di fronte a se stessa, concentrata in quel silenzio il cui rumore atroce la stupì. Ma non aveva più forza per altri pensieri. Specialmente se facevano male…
Le lenzuola l’accolsero come braccia inerti. E il sonno, compassionevole la prese….ma….
Il sonno, complice degli imprevedibili percorsi dei sogni…i ricordi, lunghi fili di lino in libertà, tessono una tela nuova, trama di un passato sepolto nella memoria dolente di Venusta. A braccetto le due amiche attraversano il prato, fiorite anche loro di giovinezza, e profumate di promesse. Giorgia, impaziente e Venusta, più schiva. Mussola colorata, gonne fluttuanti pronte a gonfiarsi in un giro di ballo, a scoprire cosce sfrontate di adolescenti frutti maturi finalmente all’amore. Giorgia che abbandona il braccio dell’amica trascinata da due braccia forti e un sorriso. Venusta, seduta ai confini della pista da ballo, osserva quei corpi che danzano giovanili trionfi e sperimenta se stessa trasparente. Il prato, il cielo sbiadiscono mentre la musica diventa un suono ovattato e lontano e le risate intorno una pioggia di spilli che affondano nella sua anima smarrita.
com’è strano… Ora Venusta, nel sogno, è piccola come gli abitanti del prato. Fili d’erba come alberi, i grilli a cantare per lei sola e le farfalle a scompigliarle i capelli col garbo delle loro ali accese di colori, ali che diventato più grandi, ali che diventano una mano forte e abbronzata, e dopo occhi neri, quelli di lui. Perché, perché quell’invito così desiderato, così galante, così perfetto, perché la spaventa?
No, non lo fare. Non lo seguire…La voce non riesce a percorrere la distanza tra la mente il cuore e le braccia di Venusta, le mani ormai nelle sue padrone.Ballano, adesso, si gonfia la gonna, è bella Venusta, è così naturale danzare tra le braccia di lui. Eppure… la mano che le sorregge la schiena e la guida nei passi è gelata. La pressione si fa insopportabile e sfrontata. Perché? La risposta le viene dalla risata di lui, aperta, forte, sfornata di lui, mentre d’improvviso le abbandona i fianchi: “Tu, da adesso, sei mia…”
Un’illusione che dura il tempo di una canzone danzata…
NO! Non avevi diritto di illudermi, non dovevi…NON DOVEVI!
È Venusta che grida nel sogno, un grido lungo tutta la vita dopo, che nel suo cuore ha continuato a levarsi, e anche ora. Tu mago, tu incantatore di serpenti, tu conoscevi il potere del tuo sorriso. E sapevi, mentre ti facevi beffa di me, che una volta entrato nel mio cuore di ragazza ci avresti fatto il nido, l’avresti abitato per sempre, pur lasciando vuoto quel nido…
Nel sogno Venusta ogni notte lo costringe a tornare, e ogni notte il sogno si conclude con quel grido.
Tu mi amavi, ma ne eri indispettito. Non volevi una donna ma un facile futuro. Intanto contemplavi le mie forme che tradivano con timida speranza il distacco dall’adolescenza acerba e che piene e morbide riempivano le tue mani voraci, mentre io di te ero già colma.
Quante volte ti ho lasciato percorrermi, mentre mi tenevi ferma rivendicando possesso di me… Sapendo che non mi avresti scelta mai, ti ho lasciato fare. Ho ancora sul corpo intatte le strade percorse dalle tue mani. Il mio corpo senza più sottintesi (sì, ancora e ancora lunga teoria di sì implorati) Era me che volevi, la mia pelle che a te rispondeva, alle mani come allo sguardo che mi ridisegnava amante amata nuova ogni volta. Io, dalle tue dita dipinta, io capolavoro dei tuoi desideri… “Sei mia, solo mia!No!!!
Sento di aver ricevuto più di quello che ho davvero meritato in questi ultimi mesi da tutti voi e ho pensato (la marghetti è pericolosa quando pensa) che rendere omaggio ad mio e vostro amico sia il giusto inizio per ricominciare il cammino su queste pagine che per tanto tempo sono state la mia “casa,il mio giardino il mio cuore e i miei sogni”.
Ed ecco il mio piccolo omaggio:
Vorrei segnalare che è uscito il primo libro di Alberto Camerra meglio conosciuto come Keypaxx.
Se credete il suo volume “Fiori nella neve”lo trovate seguendo questo link cliccando qui
Buona fortuna Key,ricorda di sorridere cerca di non essere troppo timido e anche la vita ti sorriderà e ti riconoscerà quello che non hai avuto mai!
Ho un disperato bisogno di raccontare qualcosa di bello che la mia mamma ha fatto per me lunedì
25 Maggio scorso…
Come sapete andavo da lei ogni sera dopo il lavoro, per dare il cambio a suo marito in modo che potesse cenare e riposare un poco:
ma quello che vi voglio raccontare è successo di pomeriggio.
Al lavoro in questi mesi mi hanno sempre concesso mezza giornata alla settimana, in modo che potessi stare con lei il più a lungo possibile.
Come sapete era stata operata di cancro al pancreas ma nonostante l’operazione non è mai più riuscita ad alzarsi da letto…ma il 25 maggio alle 15 del pomeriggio si gira verso di me e mi dice:
-Monica io credo che tu, con il lavoro che fai adesso, abbia messo insieme tanta forza e poi…io mi fido di te che ne dici di mettermi la pancera e di accompagnarmi in bagno?-
Non potevo credere alle mie orecchie; ho desiderato rivederla in piedi per 5 lunghi mesi e ho trattenuto le lacrime (che erano di gioia in quel momento).
Preso coraggio e raccolte le forze ho alzato la mia mamma, per lo sforzo lei ha appoggiato la sua testa sulla mia spalla e con un fil di voce
Mi ha detto:
-hai sempre un buon profumo…!-
me la sono abbracciata dolcemente e baciata uno di quei bei bacioni che fanno rumore ero tanto, ma tanto contenta.
Adesso capisco il dono enorme che mi ha fatto, un gesto immenso per me: sapeva che rivederla in piedi anche per pochi minuti mi avrebbe permesso di abbracciarla totalmente un’ultima volta.
Credo che sapesse di non avere più molto tempo…
Abbiamo avuto una vita travagliata con mancanze, dispiaceri e umiliazioni: ma abbiamo avuto una VITA …che comunque non cambierei.
Sto aspettando che arrivi sabato 13 giugno, come da suo volere le sue ceneri verranno disperse a Sassoleone, un piccolo paese dove ha vissuto con i nonni da piccolina e come diceva sempre:
- starei in questo posto in eterno, mi piace instupidirmi nel vento.-
Aspetteremo che soffi il vento mamma e tu volerai via…ma resterai ben salda nel mio cuore!
Vorrei sapere scrivere davvero tutte le parole del mondo,vorrei ma non riesco…
Allora dirò solo che ti aspetterò nei sogni, se puoi ogni tanto vienimi a trovare con Milo.Fammi sapere se dopo tanto dolore hai trovato la pace ti prometto che mangerò, che non mi arrenderò ti voglio bene mamma, fai buon viaggio mi mancherai.
Prima o poi bisogna decidersi a lasciare la “festa da ballo”
Quando anche l’ultimo dei musicisti ti saluta…e le candele sui tavoli non “luccicano più” è proprio giunto il momento di andare e non importa se non avrai “ballato” come avresti voluto pur desiderandolo.Guarda, anche il fiore di ibiscus che hai sui capelli è appassito…è ora di andare per lasciare spazio ad un’altra festa, ad un altro ballo dove non sarai invitata a partecipare ma qualcuno si ricorderà dell’ambrosia dolce delle tue labbra.
Amo la pioggia, quando l'alba non è ancora riuscita a bucare il manto grigio e umido che scuote il nuovo giorno... amo la pioggia che batte incessante contro le grondaie, come un tamburo che scuote il vento e ne prende il posto... amo la pioggia dietro i vetri della macchina, quando il mondo si confonde dietro una patina indistinta e assume connotati di toni languidi di una pittura ad olio... amo la pioggia ed amo scrivere d’amore.
Prefazione al volume di Monica Marghetti “Voglio urlare”
"La mia voglia di vivere è un daimon ardente
che talvolta mi rende maledettamente difficile
mantenere la coscienza di essere mortale".
Carl Gustav Jung
Il brano che introduce al testo di Monica Marghetti: “Se le mie parole riusciranno a liberare anche un solo grido addormentato da un solo cuore, sarò davvero felice” richiamando il noto passo di Emily Dickinson “Se io potrò impedire a un cuore di spezzarsi non avrò vissuto invano.” annuncia il progetto dell’Autrice: cercare di dare un senso alla propria angoscia, poterla raccontare, poterla comunicare agli altri, riuscire a descriverla. Nell’“Urlo” scritto dalla Marghetti allo stesso modo che nel“Grido” dipinto da Munch l'individuo ritratto perde le fattezze umane fino ad identificarsi col terrore stesso, un terrore senza nome, irriconoscibile. L’intera scrittura del racconto assume l’aspetto di questo urlo: la forma grafica, i contenuti narrati, lo stesso genere letterario scelto,un moderno stile epistolare via e-mail, pone di fronte al lettore la tensione di una grande pentola a pressione di stati d’animo non espressi, emozioni non mentalizzate, esperienze non pensate che contraddistinguono la rappresentazione della vita della famiglia di Monica. Una vita descritta come caratterizzata da frequenti difficoltà economiche, instabilità, scarsità di modelli positivi, esperienze di rifiuto, frequenti cambiamenti di abitazione.
Ma soprattutto la narrazione di una vita familiare dove non c’è spazio per emozioni e sentimenti, repressi e coartati: i nessi significativi della storia sono ricostruiti risalendo di tre generazioni attraverso una attesa di eventi dolorosi, affiancati per giustapposizione, che si susseguono senza soluzione di continuità e fuoriescono senza controllo dalla pentola a pressione dei ricordi in un modo quasi compulsivo.
Ecco allora emergere il grande tema della nocività di relazioni familiari caratterizzate da analfabetismo affettivo, con un primato dell’agito sulla simbolizzazione. Colpisce la lettura di queste relazioni “di pietra” i cui ricordi feriscono come pietre. Colpisce la bellezza idealizzata che accompagna freddamente e compulsivamente la descrizione di Milo, innalzato su un piedistallo di purezza cristallina sia da vivo che da morto. Colpisce la disinvolturacon cui sono descritte le frequenti percosse tra coniugi e tra genitori e figli come modalità naturale di relazione e di soluzione dei problemi, con esiti spesso drammatici. Colpiscono le relazioni che assumono non solo la forma dell’abuso, ma anche dell’uso dell'altro (coniuge, figlio genitore, fratello) come strumento per la realizzazione di propri bisogni e desideri.
E sullo sfondo, sempre presenteil fantasma della etiopatogenesi della dipendenza patologica, nelle sue diverse forme: dipendenza da droghe, da alcool, dal gioco d’azzardo, da relazioni affettive dolorose, dipendenza nel disturbo dell’alimentazione.
Finché non si realizza il destino nefasto di Milo. Leggendo l’origine di questo nome, scelto dai genitori dopo aver visto il Milo del film “Incompreso”, si è subito portati nella dimensione della incomprensione e della incomunicabilità, che è la dimensione della ineffabilità e dell’isolamento della soggettività del tossicodipendente e della realtà per lui del suo interlocutore. Ma, considerando più attentamente, Milo nel film di Comencini non è l’Incompreso, ma suo fratello minore, un bambino di quattro anni di salute cagionevole, che contribuisce all’essere incompreso del fratello Andrea ed è per di più causa involontaria della sua morte. L’incompreso è il fratello di Milo che come Monica deve fare qualcosa di clamoroso, deve urlare con tutta la propria vita per essere riconosciuto.
Qui vengono in mente le parole di Kierkegaard:“Resta il tormento più grande quando un uomo non sa se la propria sofferenza sia una malattia o un peccato”. Monica è sicura nell’attribuire le responsabilità del tormento del fratello Milo: la sua sofferenza è una malattia per lui ed è un peccato di tutti gli altri. Alla luce di quanto narrato prima sembra una conseguenza chiara condannare genericamente famiglia, società e sistema e ridurre Milo a vittima incolpevole. L’impressione è che dietro l’assoluzione del comportamento di Milo, compreso i reati che lo portano in carcere, albeggi una forma di codipendenza, alimentata dallo stesso meccanismo di negazione condiviso dai due fratelli. L’assoluzione dell’altro porta inevitabilmente con sé il rischio di espropriarlo persino della più elementare dignità, che è quella di fare del male. Comunque, al di là delle rappresentazioni e delle interpretazioni che se danno, resta il fatto che la questione della tossicodipendenza è così grave e complicata da aver suscitato da sempre sentimenti di impotenza in chi se ne occupa attivamente in qualità di operatore, di medico, di psicologo, di legale, di politico, di tutore dell’ordine e di ricercatore e non può essere ulteriormente toccata adeguatamente in questa sede.
Piuttosto ci si può chiedere che cosa ha permesso alla protagonista Monica di sopravvivere fisicamente, mentalmente e spiritualmente alla propria storia. Non tanto la voglia di urlare, piuttostoquella che genericamente, ma in modo efficace, può essere chiamata “voglia di vivere”. Una grande voglia di vita si manifesta nel desiderio di possedere fin da bambina una matrioska e di ricercare in questo insieme di bambole in cui la bambola più piccola è sempre contenuta da quella più grande una manifestazione pratica di quella possibilità di soddisfazione delbisogno di contenimento che madre, famiglia scuola e società hanno sempre negato e lei ed ai suoi fratelli, una funzione che forse riesce a trovare proprio nella stesura di questo volume in cui i diversi frammenti di ricordi e di e-mail, nonché la pluralità di riferimenti diretti a se stessa(Monica, Monichina, Monì, m.) si forgia dentro una pelle calda, elastica e contenitiva, che sostituisce il freddo e rigido metallo comprimente della pentola a pressione.
La voglia di vivere è la miglior risposta che si possa dare alla disperazione. La voglia di vivere, una testarda voglia di vivere, di crescere e di lottare incarnata nel concepimento, nella gravidanza e nella nascita della figlia Alessia, presentata subito al mondo come “La Lottatrice” per eccellenza. La “santa voglia di vivere” cantata da Francesco De Gregori in Rimmel, ma anche da Luca Carboni che augura al bambino “che la voglia di vivere /non ti possa mancare /la santa voglia di vivere /ti faccia sempre sognare /ti porti molto più in alto /più in alto del tuo aquilone /la santa voglia di vivere.”
L’arma vincente per superare le difficoltà viene rinvenuta, come scrive Franco Nanetti nel noto volume “Assertività”, “in un agire per (e non contro) che in altre parole significa capacità di affermare se stessi per essere se stessi”.
I protagonisti del libro di Monica Marghetti rivendicando prepotentemente il diritto a vivere l’infanzia ci fanno riflettere, aiutandoci a riconoscere per tempo e a combattere tutti i ladri d’infanzia. A partire dal momento della nascita.
Nella nascita il primo urlo, quello del neonato che viene al mondo. Un urlo di dolore per il recente passato traumatico del parto, ma anche un urlo di vita, che innesca la possibilità di respirare e proietta per la prima volta un individuo verso il futuro. Così nasce con un urlo il libro di Monica Marghetti che ci accingiamo a leggere.
Bologna, 15 settembre 2006
Mario Rizzardi
Docente di Psicologia dello sviluppo e di Psicologia sociale